Sono passati quasi due giorni da uno sgradevole episodio che ho vissuto in prima persona. Non ho voluto parlarne prima proprio per non lasciarmi 'prendere' troppo. Ora sono più lucido, meno arrabbiato, ma ancora profondamente amareggiato.
Due giorni fa, verso le sei del pomeriggio, stavo prendendo il treno per tornare a Vicenza e, poco prima di salire, vedo una coppia di ipovedenti che si avvicina alla carrozza accompagnata da un dipendente delle Ferrovie. L'uomo accompagnava i due non meglio di quanto avrebbero potuto fare gli splendidi e dolcissimi labrador che erano con loro.
Salgo anch'io e noto che l'uomo delle Ferrovie lascia i due ragazzi verso il centro della carrozza, di fianco a due posti chiaramente non abbastanza ampi per poterli ospitare assieme ai cani. Il tizio frettolosamente saluta e se ne va. "Che razza di idiota" penso. Quindi mi accorgo che i due ragazzi si voltano intorno disorientati, cercando a 'tentoni' i posti riservati ai disabili, tastando incerti i sedili vicino a dove erano stati 'abbandonati'. Incredulo osservo la scena: c'era gente seduta lì vicino e nessuno si alzava a dare una mano! Anzi, una signora sembrava quasi infastidita che questi disabili con i loro cagnacci toccassero il suo posto!
Allora mi avvio verso di loro e li conduco in testa alla carrozza, dove si trovavano i due posti riservati ai disabili, posti con spazio per carrozzine o eventualmente, come in questo caso, per i cani-guida.
No. Non ci voleva un genio. Non ci voleva nemmeno un eroe, un boy scout o un parrocchiano in cerca di fioretti... Ma questa è la cosa più tragica! Il mio è stato un gesto insignificante. Ma...
Ma cosa siamo diventati? Io non voglio credere - e non credo - che sia così ovunque. Ma non è la prima volta che mi trovo a vivere queste situazioni. Non ho voglia di parlare delle solite ovvietà: la crisi dei valori nelle società cosiddette 'evolute' (perché si confonde evoluzione con ricchezza e ricchezza con denaro...), ecc...
Qui siamo proprio alla base... Qui c'è qualcosa di diverso, di abnorme, c'è una paura della diversità, c'è un terrore dell'altro che ormai è radicato nelle persone.
Chi è il vero disabile?
Dis-abile: il prefisso dis sta per negazione, privazione, contrarietà. Quindi il disabile sarebbe una persona non-abile? E non abile in cosa? Nella mente? Nelle braccia? Nelle gambe?
Quel dipendente delle Ferrovie come può essere definito? Un disabile mentale? E quella gente insensibile che faceva finta di nulla? Disabili emozionali? In quest'ottica, allora, non è forse peggio essere degli idioti o degli insensibili, piuttosto che ipovedenti?
Chi pone il confine tra abilità e disabilità? In che momento e perché un abile diventa disabile? E pensandoci più attentamente: esiste qualcuno che possa veramente definirsi puramente abile?
Non sarebbe più corretto utilizzare il termine 'diversabile', come diversamente abile. Così diventa più semplice e meno ipocrita definire situazioni di diversità rispetto non a un modello ideale, ma a un modello reale, altrettanto diverso, specifico e magari per tutt'altri motivi.
E anche qui... Non siamo forse tutti diversamente abili?
Io ne esco con due certezze: siamo tutti diversamente abili, ma certa gente è veramente disabile... e non perché si muove in carrozzina o perché non ci vede... ma perché ha perso l'anima! E questa forma di disabilità non può essere corretta con una protesi.
Il filosofo Gibba dice: "Se la realtà fosse oggettiva, dio avrebbe creato un solo uomo sulla Terra". La realtà non è oggettiva e siamo tutti diversi, tutti piccoli mondi in cerca di equilibrio. Siamo tutti diversabili in cerca di equilibrio. E in questa ricerca, preferisco forze come 'amore', 'serenità' e 'coesione', piuttosto che 'odio', 'paura' e 'ostilità'.